LESIONI DELLA PULEGGIA IN ARRAMPICATA

LESIONI DELLA PULEGGIA IN ARRAMPICATA

Negli ultimi vent’anni, l’arrampicata su roccia è diventato uno sport sempre più popolare e, di conseguenza, sono aumentati anche gli infortuni legati a questa attività. Essi sono principalmente da trauma acuto o da sovraccarico dell’arto superiore: la percentuale è maggiore (80%) nel bouldering (arrampicata a pochi metri da terra senza protezioni). Il 40% degli infortuni interessa le dita e, di questi, la metà sono lesioni delle pulegge dei tendini flessori.

Che cos’è la puleggia?

La lesione della puleggia è il trauma più frequente tra gli arrampicatori adulti: il 26% dei climber soffre almeno una volta nella vita di una lesione a queste strutture.

Possiamo immaginare le pulegge come gli anelli che tengono il filo della canna da pesca. Sono dei legamenti che mantengono i tendini dei muscoli flessori della mano adesi alle ossa e alle articolazioni delle dita. I muscoli flessori originano all’altezza del gomito, decorrono lungo l’avambraccio, dopodiché i loro tendini attraversano l’articolazione del polso fino alla punta delle dita e sono responsabili della chiusura della mano. La puleggia ottimizza il trasferimento della forza dal muscolo alla punta delle dita, ed entra in tensione quando si stringe una presa, soprattutto quella arcuata.

Ciascun dito ha nove pulegge (cinque anulari e quattro cruciformi) e ad ognuna è associato un nome. Si parte da A1, posizionata vicino al palmo e si termina con A5 a livello dell’ultima falange. Quelle che si lesionano più facilmente in arrampicata sono A2, A3 e A4.

Fattori di rischio:

  • Insufficiente riscaldamento;
  • Stanchezza;
  • Errori tecnici a cui si associ un improvviso aumento del carico sulle dita: per esempio un movimento rapido o dinamico mentre si sta stringendo una presa arcuata, oppure lo scivolamento improvviso di un piede mentre si sta stringendo una piccola tacca con la mano;
  • Cattiva programmazione dell’allenamento: fondamentale per la prevenzione di lesioni ed infortuni, soprattutto quando eseguito con un incremento di carico graduale, che permette l’adattamento dei tessuti;
  • Fattori di rischio individuali, tra cui stress, scarsa qualità o quantità di sonno, bassa massa grassa, alta statura (a cui si associano leve articolari più lunghe e baricentro più alto).


Tra i fattori di rischio modificabili, si può diminuire l’utilizzo o allenare progressivamente la presa arcuata, non trascurando anche gli altri tipi di prese, tra cui la semiarcuata, che sollecita le pulegge senza stressarle eccessivamente. L’arcuata non è una presa da escludere necessariamente, ma non deve essere utilizzata in modo continuo o come unico tipo di presa possibile. Inoltre è importante la fase di riscaldamento progressivo su ogni tipo di presa, facendo attenzione alla ripresa dopo un lungo periodo di pausa o dopo aver allenato altri stili di arrampicata.

Diagnosi e fisioterapia

In caso di infortunio o di dubbi, rivolgersi ad un fisioterapista specializzato è sicuramente la scelta migliore.

La diagnosi viene fatta basandosi sul racconto dell’accaduto, spesso il climber riferisce di aver sentito un suono, descrivendolo come uno schiocco, associato a dolore e gonfiore, e sull’esame clinico del tendine del muscolo flessore delle dita.

La diagnosi viene confermata dall’esecuzione di un’ecografia, che è in grado di rilevare l’effetto bowstringing o “effetto arco”, ovvero quanto il tendine si discosta dall’osso durante la contrazione del muscolo, dando alla pelle del dito la forma della corda tesa di un arco (visibile ad occhio nudo per lesioni che interessano più pulegge). L’effetto arco porta ad un malfunzionamento del muscolo, con perdita di forza e di funzione quando si piega il dito. In base alla misurazione di questo effetto, si può capire se la lesione sia totale o parziale e quindi quante pulegge siano state coinvolte.

A questo punto, si valuta se procedere con un trattamento di tipo conservativo (fisioterapia) oppure chirurgico.

Dopo una lesione acuta, le fasi della riabilitazione devono tenere conto della capacità di carico della puleggia, cioè quale sia il carico ottimale giorno per giorno, e del dolore. Inizialmente è opportuno il riposo, mentre dal 4° o 5° giorno viene avviato il programma di riabilitazione: un precoce e graduale carico è infatti più vantaggioso per il recupero rispetto ad un periodo di immobilizzazione prolungato.

Sindromi da sovraccarico

Non sempre la lesione di una puleggia è un trauma acuto ed improvviso: spesso si va incontro a sindromi da sovraccarico, con sintomi che si manifestano in modo progressivo, che spesso vengono sottovalutati. La sindrome da sovraccarico rappresenta infatti il primo segnale che qualcosa non va: è opportuno rivolgersi ad un fisioterapista esperto per evitare l’insorgere di lesioni più gravi. Ciò non significa smettere di scalare, ma elaborare un programma di allenamento, eliminando le abitudini scorrette ed aggiungendo esercizi specifici per alleviare i sintomi e risolvere il problema.

Riabilitazione

Inizialmente gli obiettivi sono di controllare il dolore, stimolare la mobilità e mantenere un buon condizionamento fisico generale. Dopo pochi giorni si introducono i primi esercizi per favorire lo scorrimento del tendine all’interno della puleggia, per evitare aderenze, dolore e gonfiore e per guidare il processo di guarigione. In questa fase bisogna astenersi dall’utilizzo del trave di arrampicata e dalle prese.

A circa una settimana dal trauma e fino a 6 settimane, si stimola la corretta cicatrizzazione sfruttando il carico progressivo. Si iniziano gli esercizi isometrici in assenza di dolore nella posizione di presa semiarcuata e a dita estese. È inoltre importante valutare eventuali debolezze preesistenti che possano aver contribuito ad un sovraccarico delle dita, in particolare dell’arto superiore e del core (muscolatura addominale e lombare).

Limitando il dolore, si aumenta progressivamente il carico, progredendo verso esercizi isotonici.

Lesioni minori avranno un periodo di guarigione ridotto. Se il dolore lo consente, è possibile tornare a scalare, mantenendo tuttavia un certo livello di scarico della puleggia, per esempio eseguendo un bendaggio protettivo al dito fino a 3 mesi dal trauma ed evitando le piccole prese, prediligendo quelle più ampie come le svase.

Dopo 6 settimane si può tornare all’allenamento della forza massimale: la riabilitazione può essere affiancata da esercizi al Pan Güllich (dopo circa 3 mesi dal trauma).

Per lesioni maggiori si procede con l’immobilizzazione del dito in un tutore o un bendaggio per 2 settimane, tornando ad arrampicare dopo 6-8 settimane e riacquistando la funzione completa dopo 3 mesi (utilizzando tape protettivo fino a 6 mesi), mentre per lesioni massive si valuta l’intervento chirurgico.

Utilizzo del tape nell’arrampicata: si o no?

È stato dimostrato che applicare il tape ad anello attorno alla falange può essere utile in caso di infortunio, ma si rivela inefficace nel proteggere una puleggia sana. Tuttavia l’utilizzo del tape (bendaggio) nelle lesioni delle pulegge è controverso: se alcuni autori ne rivendicano l’utilità, altri sostengono che non sia efficace nel supportare l’azione meccanica della puleggia. Viene raccomandato per evitare che le articolazioni delle dita si flettano eccessivamente, proteggendo la puleggia quando il carico applicato sul tendine diventa eccessivo. È importante eseguire un buon riscaldamento, che comprenda esercizi di flessione delle dita e successivamente iniziare ad arrampicare per circa 30 minutiaumentando progressivamente l’intensità (3 o 4 vie oppure 8-12 boulder problems) e la difficoltà dei percorsi scelti.

Esistono due opzioni per un corretto bendaggio del dito:

  • Tape ad anello sull’articolazione interfalangea prossimale: impedisce di flettere il dito a livello dell’articolazione, scaricando la puleggia, ma consentendo unicamente la presa a dita estese. È consigliabile in fase acuta, quando a seguito del trauma, si vuole continuare a scalare per una gara a breve termine oppure un periodo in- season. Questo tipo di bendaggio non sostituisce la riabilitazione, ma è una protezione momentanea del dito durante l’allenamento in falesia o in palestra.
  • H-tape o bendaggio ad H: è più funzionale, perché permette di piegare il dito, ma la sua utilità non è certa. È sicuramente da preferire al bendaggio ad anello, che non ha nessuna efficacia per il sostegno della puleggia a livello biomeccanico. Questo tipo di bendaggio viene utilizzato anche nelle sindromi da sovraccarico della puleggia.

In generale, è bene utilizzare del tape anelastico (il classico tape bianco) ed è necessario sostituirlo spesso, poiché perde rapidamente le proprietà resistive.

L’uso del bendaggio alle dita non è quindi indispensabile, ma comunque utile in certi casi.

A cura di:

Alessandra Laporta: Fisioterapista

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